OSTRA

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Faran spaventi qui li Sprevengoli 

‘ché ne spuntano a tutti l’angoli; 

Montalboddo, pria, qui la si chiamava

ma Sprevengolo già imperversava

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Madonna della Rosa

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Ostra
la storia

Tra Medio Evo e ‘800, con tracce di Epoca Romana, ogni secolo ha lasciato minuziosamente le sue tracce sull’abitato dell’attuale Ostra. E come testimonia il suo primo nome (fino al 1881 si chiamava Montalboddo o Monte Bodio), si trova su un’altura che domina la valle del Misa e la tipica campagna marchigiana. Un ricco patrimonio artistico e architettonico lascito di una storia ricca, oggi deve la sua fama principalmente alle sue manifestazioni, sulle quali spiccano la sagra delle Pappardelle al Cinghiale e soprattutto La Notte degli Sprevengoli, sorta di versione di Halloween che affonda le radici nelle tradizioni e nelle credenze locali di ben prima della scoperta dell’America.

Il cambiamento di nome nell’attuale Ostra fu deciso per avvalorare la tradizione che vuole Montalboddo discendente dall'antica Ostra, un municipio romano che sorgeva nella valle del fiume Misa, a circa 9 km dall'attuale Ostra, nel luogo detto "Le Muracce". In questa località, nell’omonimo Parco Archeologico, è possibile osservare gli interessanti resti della città romana e vi si ritrovano tra i campi sede di scavi ancora in corso migliaia di minuscoli frammenti di tegole, mattoni, tessere di mosaico, parti di vasi, di piatti e di anfore.

La leggenda racconta che Bodio, cittadino romano di Ostra, fosse proprietario di un terreno posto sul colle su cui sorge oggi Montalboddo - Ostra. Quando nel 410 d.C. la sua città venne distrutta dai Visigoti di Alarico, Bodio accolse sul suo colle il gruppo più numeroso degli Ostrani fuggiaschi. Fu tenuto un consiglio degli anziani e fu stabilito di ricostruire proprio lì, sul colle di Bodio, le case e le mura per far si che le notti potessero scorre in tranquillità.

La storia documentata, invece, ci informa che le terre che formarono il territorio di Montalboddo - Ostra appartenevano all'Esarcato di Ravenna. Terminato il dominio dei Longobardi, l'Esarcato fu donato da Pipino il Breve alla Chiesa e questa, a sua volta ne affidò l'amministrazione all'Arcivescovo di Ravenna. Fino al XII secolo non si hanno notizie né di un castello, né di un'abbazia che fungesse da centro a queste terre. Il nome "Monte Bodio", come denominazione del castello, appare la prima volta nel 1194, quando già si era costituito il Comune. L'attuale Ostra ha quindi un'origine medioevale e proprio nel medioevo ebbe la sua più vasta risonanza. Nel 1230 riuscì a sottrarsi completamente al dominio di Ravenna, ma presto passò sotto il controllo della città di Jesi. Coinvolta nella lotta tra guelfi e ghibellini, partecipò alla "Lega delle terre amiche delle Marche".

 

Si succedettero guerre, assalti a città, saccheggi, lotte interne alla stessa comunità, fino a quando verso il 1320 il libero comune di Ostra cadde sotto la signoria dei Paganelli, una famiglia di origine romagnola, che giunta nelle Marche si era distribuita in vari luoghi, ma il ramo principale fu quello di Ostra. Per tutto il '300 Ostra fu signoreggiata dalla famiglia Paganelli, che trovò diversi potenti protettori esterni. Tra il 1350 e il 1355, sotto la guida dei Paganelli, si sottomise a Francesco II degli Ordelaffi di Forlì, il quale la dominò fino all'arrivo del cardinale Albornoz che vi ristabilì l'autorità dei Consigli comunali mediante l'approvazione di un nuovo statuto (1366). Fu proprio a Montalboddo, poi, che l'Albornoz, concentrò le sue truppe per marciare verso la distruzione del castello di Buscareto, che sorgeva nel comune di Montenovo (oggi Ostra Vetere). Partito l'Albornoz, i Paganelli, protetti dai conti di Montefeltro, divennero nuovamente padroni di Ostra, anche se, nel 1380, dovettero firmare un atto di sottomissione alla città di Ancona. Registrata tra le città "mediocres", Ostra nel ‘300 contava 600 fumanti, ossia circa tremila abitanti, ma, come tutti i castelli di quel tempo, non poteva che assistere passivamente alle lotte di espansione dei signori più potenti o dei condottieri più audaci: così tra la fine del trecento e la prima metà del '400 si avvicendarono in Ostra numerose signorie. Gli assedi cominciarono nell'agosto del 1399, quando il ventiduenne Galeotto Belfiore dei Malatesti di Rimini prese ad assediare Ostra, provocando diverse rovine, soprattutto a causa del fuoco, fino a che gli abitanti scesero a patti e gli aprirono le porte del castello. I Paganelli, la cui signoria, sia pure con vicende alterne, si era protratta per tutto il '300. Fra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento si avvicendarono alla guida di Montalboddo numerose signorie, dai Malatesta ai Montefeltro, dai Ranieri agli Sforza. Nel 1454 gli abitanti stessi posero la città sotto l’amministrazione diretta della Chiesa. I secoli XVII e XVIII coincisero con un lungo periodo di pace e prosperità, durante il quale la città rinnovò la sua veste architettonica: molte famiglie gentilizie ricostruirono loro palazzi, i numerosi ordini religiosi edificarono nuovi conventi e la comunità civile gettò le fondamenta del nuovo palazzo comunale.

 

Molti edifici e chiese si arricchirono di pitture, stucchi e opere d’arte. A coronamento di tale sviluppo economico e sociale nel 1790 il papa Pio VI concesse a Montalboddo il titolo di “Città”. Il 5 aprile 1881 il Consiglio Comunale, nell’intento di restituire alla città l’antica denominazione, deliberò il cambiamento del nome da Montalboddo in Ostra.

Gemellaggio Ostra – Markt-Schwaben

Il 25 ottobre 2003 è stato sottoscritto il patto di gemellaggio. Da allora si sono succedute iniziative  che hanno coinvolto, dopo le istituzioni, varie associazioni ostrensi e bavaresi. Da alcuni anni l’iniziativa "Donne incontrano Donne" in occasione della giornata dell’8 marzo, vede la festa della donna celebrata ad anni alterni nei due paesi gemellati. La sede del Comitato per il gemellaggio è presso il Comune di Ostra.

Il sito internet del comune di Markt Schwaben: www.markt-schwaben.de

Eventi

Festa della Befana 

la domenica più prossima al 6 Gennaio

Con la discesa delle Befane dalla Torre Civica fino in piazza dei Martiri a distribuire dolci sorprese, e calze kilometriche distese lungo il Corso: negli anni passati ci si è prodigati a realizzare la “Calza della Befana più lunga del mondo”.

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San Gaudenzio

Luoghi da visitare

> Palazzo Comunale

Opera dell’architetto Giuseppe Carbonari, fu edificato nel 1749 e domina, con la sua maestosità, la piazza principale. La facciata è composta da un corpo centrale e da due laterali sporgenti, destinati uno al Teatro e, l’altro, originariamente, alla casa del Podestà. È arricchito da un loggiato a 7 archi a tutto sesto, a cui si accede tramite una scalinata. All’interno è custodita una collezione di ritratti di uomini illustri, insieme con altre tre tele, conservate nella Sala Consiliare, tra cui il quadro, opera del Carsidoni, offerto dall’Amministrazione e dalla cittadinanza ai due compatroni, San Gaudenzio e la Vergine Maria, venerata con il titolo di Santa Maria Apparve. La tela è particolarmente cara alla Città per le testimonianze pittoriche che tramanda: la struttura urbanistica di Montalboddo nel XVII secolo, la facciata originale della chiesa di San Rocco, con il portale sovrastato dal timpano, le livree delle confraternite allora attive nel territorio comunale. All’interno è possibile visitare tre sale: la prima sala è la più grande, utilizzata per celebrazioni, manifestazioni e convegni. Entrando, in alto a sinistra, è possibile vedere il dipinto che ritrae il Cardinale Nicola Antonelli, che fu committente dei lavori di costruzione del palazzo comunale e del teatro adiacente. Seconda sala: è la sala del consiglio comunale, come si può vedere, completamente istoriata da dipinti e affreschi, ancora visibili sul soffitto e coperti alle pareti.  Tre sono i dipinto nella stanza. Rivolgendo le spalle alla finestra, davanti a noi troviamo il dipinto che raffigura S. Gaudenzio, patrono di Ostra, S. Maria Apparve e S. Michele Arcangelo che sorreggono Ostra, sospesa in aria. Nel dipinto a destra abbiamo i quattro evangelisti, mentre quello a sinistra ritrae l’ultima cena. Va detto che questi due ultimi quadri sono stati commissionati appositamente per questa sala. Terza sala: è chiamata "sala gialla" ed è quella in cui si celebrano i matrimoni civili. Le pareti e il soffitto sono interamente affrescati, mentre entrando a destra abbiamo un grande ritratto di papa Pio VI,  in memoria della concessione ad Ostra del titolo di Città, nel 1790. Molto bello è il caminetto in marmo bianco e il mobilio, che risale ai primi dell’800. Dato che in passato questa sala veniva usata come atrio d’attesa per le famiglie gentilizie che si recavano in teatro, di questo utilizzo rimangono a testimonianza le due porte di collegamento tra la sala e il loggione del teatro, sebbene attualmente i locali siano separati dal teatro.

> Teatro Comunale ‘La Vittoria’

L'attuale struttura del teatro comunale La Vittoria, inglobata nel palazzo comunale, risale al 1863. Ad Ostra si sono però avvicendati nel tempo tre diversi teatri, il primo dei quali sorgeva nel XVIII sec., in quella che ancora oggi si chiama "Via del Teatro", nei pressi dell'ospedale. Anticamente la proprietà del teatro era condominiale e i nobili proprietari dei palchi erano riuniti in una congregazione che organizzava annualmente gli spettacoli. Le stagioni teatrali avevano una durata solitamente lunga e le compagnie non si fermavano mai sul posto per meno di 15 giorni. Ogni anno venivano rappresentati dai 30 ai 40 spettacoli, che si tenevano di norma in concomitanza con la festa del patrono (ottobre) e a Carnevale. I generi erano vari, dal comico al drammatico, dal teatro in musica ai concerti. Particolare curioso: la congregazione dei condomini osservava la singolare consuetudine di destinare l'incasso di una serata alle anime del purgatorio. Nella seconda metà del XIX secolo, per l'aumento degli oneri economici della gestione, l'attività teatrale si impoverì considerevolmente. Abbandonato a se stesso il teatro cominciò a mostrare i primi segni di decadimento e venne presto dichiarato inagibile. Nel 1858, spinta dalle forti pressioni esercitate dalla cittadinanza, la congregazione dei condomini incaricò l'architetto Ghinelli di provvedere al restauro dell'edificio. Ma il progetto presentato cadde nel nulla. Nel 1861 i cittadini di Ostra rinnovarono la richiesta di ripristino del teatro con una petizione. Il Comune, liquidata la congregazione, provvide direttamente alla ricostruzione, affidando il progetto all'architetto Francesco Fellini di Barbara (AN). La posa della prima pietra nel risale al 29 luglio 1863. Le attività ripresero regolarmente nel 1867, con un numero di spettacoli ridotto rispetto al passato. I generi maggiormente rappresentati erano l'operetta e gli spettacoli acrobatici. Nel 1980, dopo essere stato adibito quasi esclusivamente a sala cinematografica, il teatro venne chiuso perché non rispondente alle nuove normative sulla sicurezza. Sottoposto a lunghi lavori di ristrutturazione, è stato riaperto il 6 gennaio 1998. Da allora ospita ogni anno spettacoli di prosa, teatro per ragazzi, concerti e attività amatoriali. La sala, di 78 mq, alla quale si accede attraverso un piccolo atrio elegantemente decorato, è a ferro di cavallo. Su di essa si affacciano 29 palchetti, distribuiti su due ordini e sormontati da un loggione. Il palcoscenico ha un boccascena di 5,40 m e ospita, nella parte soprastante, antichi macchinari scenici, ancora funzionanti. Risalgono all'epoca della costruzione originaria anche il sipariodificio.  Attualmente i posti sono in totale 184.

> Torre Civica

Fu costruita nella prima metà del ‘500, misura attualmente 33m di altezza. Originariamente era più bassa e meno larga, è stata infatti ristrutturata e rinforzata nel 1950 dopo un bombardamento che distrusse l’adiacente chiesa di San Giovanni, un’ispezione che dimostrò l’assenza delle fondamenta. Durante questi lavoro la torre fu rinforzata allargandone la base e innalzata rispetto la sua altezza originale. Attualmente la torre presenta merli ghibellini. Edificata nella prima metà del XVI sec. è stata poi ricostruita dopo il secondo conflitto mondiale. Nel 1943 una bomba colpì la chiesa di San Giovanni, distruggendola. Ne  risentì dell’attacco anche la torre che si trovava adiacente ad essa. La vecchia torre campanaria fu inglobata all’interno della nuova, fu ampliata la base e fu innalzata fino a 33 metri. Al suo interno sono conservati gli antichi meccanismi dell’orologio e la campana risalente al ‘600.

> Chiesa dei Santi Francesco e Lucia e Palazzo ex Padri Conventuali

In un documento testamentario del 1279 si trova per la prima volta nominata la chiesta di San Francesco, che fu poi ricostruita nella prima metà del XIV sec., sotto il patrocinio del Comune che, pur affidandone la custodia e l’ufficiatura ai Frati Minori Conventuali, la considerava “Ecclesia Communis” e la utilizzava come “seconda Casa Comunale”. Vi si riuniva il Consiglio Generale e il Parlamento. Vi erano conservati il bossolo per le votazioni e un armadio con i documenti più importanti del Comune. Venivano svolte le celebrazioni religiose ufficiali a cui gli Amministratori partecipavano con gli abiti di rappresentanza. Originariamente, la chiesa, fu costruita ad aula unica e, in tempi successivi, fu ampliata sul lato destro e costruite quattro cappelle. All’interno della chiesa c’era una bottega dove il Comune, in regime di monopolio, vendeva il sale e, alle pareti esterne della chiesa, erano appese le diverse misure a disposizione del pubblico. Nel XIX sec. la chiesa e il Convento subirono le vicende derivanti dalla soppressioni degli Ordini Religiosi Regolari, prima al tempo del Regno Napoleonico e poi al tempo dell’Unità d’Italia. Nel 1881 il sindaco Antonioli volle trasformare la chiesa in mercato coperto. I cittadini si opposero fermando gran parte del progetto: la chiesa fu privata della parte iniziale per lasciare spazio ad un porticato sulla facciata e sul lato sinistro, destinato ad accogliere il mercato. All’interno della chiesa sono conservate le spoglie del Santo Patrono, San Gaudenzio, in una Cappella a lui dedicata e interamente affrescata con scene della sua vita dipinte da Filippo Bellini da Urbino. Di notevole pregio sono le tele degli altari laterali dipinte da Francesco Maratta, Marco Benefial, Federico Barocci ed Ercole Ramazzani. Adiacente alla chiesa, con ingresso principale su via Gramsci e, un accogliente chiostro che si affaccia sulla piazza, si trova il palazzo dei Padri Conventuali. Fu edificato nel XVII secolo come sede dei Padri Francescani Conventuali. Oggi è sede del fondo storico della Biblioteca, dell’Archivio storico e del Museo “Città di Ostra”, che custodisce preziose tele (Francois Perrier, Andrea Sacchi, Claudio Ridolfi), sculture lignee di pregio e rari volumi antichi.

> Palazzi Gentilizi di Ostra

Lungo Corso Mazzini sono presenti, ai lati, i palazzi gentilizi: Palazzo Gabuzzi Fedeli Luzi, Palazzo Sanzi Pericoli, Palazzo Cherubini e Palazzo Menchetti. La struttura del Palazzo Gabuzzi Fedeli Luzi appare come tipica del ‘600. Caratteristici i balconcini e le inferriate panciute in ferro battuto. All’interno vi sono pregevoli dipinti ed una cappellina, dedicata a Pio V. Oggi in via di ristrutturazione ospita, nei piani nobiliari, affreschi di pregevole fattura in stile pompeiano. Il Palazzo Sanzi Pericoli fu fatto costruire dai fratelli Sanzi, nobili proprietari terrieri, tra il 1723 e il 1739. Splendido esempio di palazzo nobiliare presenta un arioso atrio neoclassico. Le numerose sale sono adorne di affreschi e stucchi di pregio e conservano preziosi dipinti ed arredi. Palazzo Cherubini fu costruito nella metà del XVI secolo. Apparteneva alla nobile famiglia Cherubini in cui personaggio più importante fu il cardinale Francesco Cherubini vissuto tra il 1585 e il 1656. L’interno è impreziosito da numerosi stucchi del 1600 di pregevole fattura. Oggi ospita la sede della banca BCC. Palazzo Menchetti è formato da due parti: una risalente al ‘600 e l’altra, in stile medievale, fu costruita negli anni 1930/35 per volontà del proprietario, Andrea Menchetti, storico di fama internazionale. All’interno da notare vi è la sala degli Antenati, con pregevoli stucchi e preziosi mobili antichi.

 

> Santuario del Santissimo Crocifisso

La costruzione della chiesa risale al 1333, come risulta dall’iscrizione in cotto sull’arco del portale in stile senese. La chiesa è antichissima ed è una delle costruzioni medievali più caratteristiche della nostra Diocesi. La facciata, nonostante alcune modifiche avvenute nei secoli successivi, conserva i caratteri tipici dell’architettura medievale con archi romanici e gotici.  Fu edificata con un solo altare, dedicato al Papa Gregorio Magno, presso il quale fu eretta la Confraternita degli Agonizzanti, per la recita delle preghiere dei moribondi in ogni venerdi dell’anno e per il suono della campana a morto per i defunti di Montalboddo. I due altari furono edificati molti secoli dopo, intorno al ‘700. Alla stessa epoca risale anche lo splendido Crocefisso ligneo, opera dello scultore Bartolomeo Silvestri da Verrucchio, che si staglia sopra l’altare maggiore. Lo scultore, che era anche chirurgo, ha reso con un incredibile effetto realistico l’anatomia del corpo sofferente del Cristo, rappresentato nell’atto di pronunciare le sue ultime parole.

> Basilica di Santa Croce

È la principale chiesa di Ostra, splendido esempio di arte neoclassica. Edificata dopo il Mille, fu inizialmente abbazia dei Monaci Benedettini. Nel novembre del 1795 Papa Pio VI eresse la chiesa a Collegiata, affidandola ad un collegio di Canonici e ad un Arciprete di nomina papale. Nel novembre del 2008 fu elevata alla dignità di Basilica Minore. La vecchia chiesa romanica, detta delle quattro colonne, fu completamente ricostruita tra il 1848 e il 1851, in quanto ormai troppo piccola e in grande decadenza. Dopo la guerra, fu anche ricostruito il campanile, danneggiato dai colpi di cannone. All’interno, di particolar nota una Mater Dolorosa dipinta su lastra di rame di origine fiamminga e la Cappella del Ss. Sacramento, interamente decorata con una tela dipinta da artisti fiorentini, che simula l’affresco.

> Il Santuario della Madonna della Rosa

A breve distanza dal centro di Ostra, in una valle circondata da colli ubertosi, esisteva in epoca immemorabile, un'edicola in cui si venerava una immagine della Vergine, dipinta su rozza parete, ai piedi della quale scorreva un ruscello di limpida acqua. Dal vago fiore che la Vergine Benedetta tiene nella mano sinistra, i fedeli cominciarono ad invocarLa col dolce titolo di "Madonna della Rosa". Nel 1666, dalla mano devota di una pia fanciulla, venne posto davanti alla Santa Immagine, in un giorno di maggio, un candidissimo giglio, in segno di filiale amore. Il Fiore, con grande meraviglia di tutti, rimase per mesi e mesi, fresco e profumato come appena se stato reciso dalla pianta; da allora, folle immense di fedeli accorsero ai piedi della Vergine Santa e i miracoli si ripeterono e si moltiplicarono. La notizia del fatto miracoloso, seguito da una serie di guarigioni, confermate da testimoni, portò alla realizzazione di una prima cappellina che fu inaugurata circa due anni dopo e che, ancora oggi, è conservata all’interno del Santuario. Le acque del ruscello, strumento di tanti prodigi, vennero quindi raccolte in un pozzetto ai piedi dell'altare di Maria, ed anche oggi, come allora, i fedeli rimangono sorpresi dal fatto che il volume dell'acqua si mantiene sempre al livello di cm. 80 sia d'estate come d'inverno qualsiasi quantità se ne attinga. La fama dei prodigi operati dalla Madonna della Rosa, giunse fino al Soglio Pontificio, ed il Rev.mo Capitolo Vaticano, nel 1726, concesse alla miracolosa Immagine, l'onore della solenne Incoronazione, ed alla Cappella il titolo di Santuario. Ben presto, aumentando sempre più l'afflusso dei fedeli, anche la chiesetta si dimostrò insufficiente, per cui sorse l'idea di costruirne una più grande. L'unanime ed ardente desiderio, in breve volgere di tempo divenne realtà e nel 1748 si gettarono le fondamenta e, sei anni dopo, l'ampio e maestoso tempio era condotto a termine. Il Santuario è costruito a croce greca, in stile corinzio, diviso in tre navate e a somiglianza di quello di Loreto, racchiude in sè la Cappella della Madonna. Finalmente, tra il 1887 e il 1891, su disegno del Conte Francesco Vespasiani, Architetto dell'Esposizione Vaticana in Roma, potè costruirsi l'artistico campanile e l'armonica e monumentale facciata. Il Santuario è il secondo santuario diocesano delle Marche, meta di numerosi pellegrinaggi: al suo interno custodisce una collezione di 120 tavolette votive, che costituiscono una preziosa testimonianza di fede e di arte minore. Tra i numerosissimi ex voto sono presenti anche due rarissime bandiere turche.

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> Il Santuario di Santa Maria Apparve

Il tempio di Santa Maria Apparve fu eretto nel 1527, sul posto dove in precedenza sorgeva una semplice edicola dedicata a Maria. L’iscrizione, murata sulla facciata della chiesa e scritta in lingua latina, ricorda che “Nell’anno 1527, la Vergine Maria, dalla propria immagine, promise ad un pastorello che Lei stessa avrebbe soccorso i Montalboddesi dalla pestilenza, se, in luogo dell’antica edicola, in onore della sua immagine fosse stata eretta una chiesa”. La chiesa fu costruita ed inaugurata nel 1529. Per i miracoli e le numerose grazie concesse per intercessione della Madonna, tra cui soprattutto l’allontanamento e il superamento del flagello della peste e la liberazione dai pericoli dei terremoti, alla chiesa di Santa Maria Apparve affluiva una gran quantità di fedeli. La scritta latina, che orna il quadro sull’abside della chiesa, da cui l’immagine di Maria, con il Bambino Gesù in grembo, si rivolge benevola e benedicente verso i fedeli, attesta l’opera soccorritrice della Madonna: “In peste sanitas, in terremotu securitas”. Nel 1855 infierì per tutta Italia una terribile epidemia di colera: i Montalboddesi, popolo ed autorità, nel ricomparso pericolo di epidemia, si ricordarono delle promesse fatte dalla Madonna al pastorello e, ricorrendo di nuovo fiduciosi al patrocinio, il 12 agosto promisero un nuovo e più ampio tempio, per il quale Consiglio Comunale di Montalboddo deliberò l’investimento di 400 scudi. Il 12 settembre il colera cessa di imperversare e i cittadini di Montalboddo vanno in processione di ringraziamento verso la rustica chiesetta di Sana Maria Apparve. Nel 1857 cominciano i lavori per la nuova chiesa, che viene solennemente aperta al pubblico il 2 luglio 1860. Nel dicembre del 1884, però, si presentò l’impossibilità di rimpiazzare il cappellano e la chiesa dovette rimanere per qualche tempo chiusa e priva delle celebrazioni quotidiane e festive, con grande disappunto dei fedeli. Ci si rivolse all’Ordine dei Frati Minori Francescani, che dopo la soppressione delle corporazioni religiose e la confisca dei loro beni in seguito all’Unità d’Italia, dopo la perdita del convento di Santa Maria del Popolo, non erano più riusciti a trovare una nuova sistemazione nella città. L’Ordine accettò: accanto alla chiesa fu costruito il convento, e la chiesa stessa, ad una sola navata, fu arricchita di quattro cappelle, adornata di pitture e dotata di abside. Il 15  agosto 1915, per decreto del Capitolo Vaticano, la venerata immagine di Santa Maria Apparve fu solennemente incoronata della corona d’oro.

> Le Mura Cittadine

L'unico baluardo difensivo che circonda Ostra sono le mura. Si presuppone che siano state costruite in età medievale. Hanno una lunghezza di circa 1.200 metri, sono terrapienate ed hanno un'altezza anche di 10 metri. Lo spessore, in alcuni punti, alle fondamenta raggiunge anche i 3 metri. Queste sono intervallate tutt'ora da 9 torrioni che in origine erano 12. Il terrapieno era utilizzato come cammino di ronda o nei periodi estivi come passeggiate per la popolazione del paese. Le mura erano interrotte dalla presenza di due porte, una al lato nord (porta marina) e l'altra al lato sud (porta del mercatale). Queste due al suono della campana comunale regolavano la vita del paese. Al mattino con un solo rintocco della campana comunale le porte si aprivano, mentre alla sera con tre rintocchi e uno disteso davano l'ordine di chiusura delle porte e all'interno del paese cessava ogni attività. Le mura come si è detto non sono pervenute nella loro interezza essendo state mutilate delle porte nella seconda metà dell' '800. Se in seguito altre distruzioni non furono fatte, ciò lo si deve solo al sistema di vita statico del paese. Nei tempi passati alcuni torrioni erano stati coperti e venivano utilizzati per alcune attività consone alla vita paesana. Ad esempio il torrione Santa Maria, posto dietro il comune veniva utilizzato per la macellazione degli animali, mentre l'altro torrione a pianta poliedrica nella parte più alta di Ostra era stato utilizzato come forno. Nel tempo per la sicurezza del paese e dei suoi abitanti dopo il periodo delle signorie, si è ritenuto indispensabile mettere mano e sistemare le mura dove erano fatiscenti. L'aspetto attuale, a parapetto continuo senza merli e ad archetti pensili nella parte volta ad est e a sud - est risale al secolo XV. Avanzi della cinta muraria pre - medievale si scoprono nel mercatale, dove si nota la linea di congiunzione di un muro di differente laterizio di color rosso e, in alto, incorporati nel restauro appaiono alcuni merli guelfi di ugual colore e gli archetti pensili si interrompono. Nell'interezza della loro maestosità furono dipinte dal Carsidoni in un quadro del 1657 dove viene raffigurata Ostra con l'immagine di Santa Maria Apparve (protettrice della peste) e San Gaudenzio, quadro che è visibile nella sala del consiglio comunale. Abbiamo inoltre una descrizione di Ostra del 1694 riportata in "Notitie Historiche di Mont'Alboddo" dove si dice men forte il paese "sede Mont'Alboddo terra nobile della Marca Anconitana in un ameno colle non più di 7 miglia lontano dal mare Adriatico nell'area d'un clima temperato, cinto da grosse mura terrapienate e disgiunte tutte dall'abitazione con undeci torrioni ben disposti in ordine e disegno militare, che la rendono non menforte che vaga agli occhi dei riguardanti".

> La Chiesa di San Rocco

Costruzione avviata nel 1527, quando venne avanzata la proposta della costruzione di una chiesa: già dall’entrata nell'unica navata, l'occhio del visitatore è colpito dalla ricchezza delle decorazioni. Lo stile, Barocco - che segue il Rinascimento -, genera forme architettoniche tra le due correnti: colonne, pilastri, cornicioni, trabeazioni, modanature elementi “presi in prestito” dalle rovine classiche. Lo sfarzo e l’ostentazione di stucchi bianchi e dorati ed altre forme di decoro, avevano il consapevole scopo di evocare una visione di gloria celeste. Architetti, scultori  pittori e artigiani furono chiamati per realizzare in questa chiesa una “mostra d’arte” capace di travolgere con lo  splendore e di attirare e persuadere non solo l’analfabeta ed istruirlo con le parole di Dio, ma anche lo scettico, che questa volta aveva “letto troppo”. Verso la fine del '700 la Chiesa fu completamente ristrutturata e subì una specie di "rotazione". L'ingresso fu trasformato in abside e fu spostato sul lato destro previo lo spostamento dell'altare maggiore. Presenti anche delle tele opera di Giovanni Brandi da Poli, della bottega di Pietro da Cortona e, probabilmente, della bottega di Federico Barocci. Tutte le tele, tranne quella dell’altare maggiore, sono segnate dal sigillo di ceralacca, con il quale venivano identificate le opere di prestigio, destinate a seguire le truppe Napoleoniche in Francia. Nella parete di fronte all’altare maggiore si mostra la cantoria con il mobile dove al suo interno si trova un organo del 1771 del famoso organaro padovano Gaetano Callido. Dell’antico monastero è ancora oggi possibile visitare il refettorio, che conserva integre le tavolate e il rivestimento in legno di noce.

> Chiesa dei Santi Giuseppe e Filippo Neri

La chiesa fu edificata nel 1618, quando la Confraternita della Morte ed Orazione ricevette dal ricco possidente Angelo Sammarani un cospicuo lascito, destinato alla costruzione di una chiesa intitolata a San Giuseppee di un ospedale per i poveri del paese. Nel 1681 la chiesa venne affidata ai sacerdoti della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, che dopo 100 anni, decisero di ricostruirla rendendola più ampia e più ricca. Nacque cosi la chiesa di San Giuseppe e San Filippo, che ospita al suo interno due splendide tele di Claudio Ridolfi e una serie di decorazioni allegoriche legate alle Virtù, oltre a tre tele di Giovanni Anastasi.

Arte e Artigianato

Un artigianato a conduzione prevalentemente familiare, concentrato in particolare nel Capoluogo, contornava il tessuto socio-economico del Comune di Ostra fino a circa 50 anni fa. Tanta era la fantasia, l'ingegnosità e l'operosità che si respirava nelle botteghe artigiane, in cui gli apprendisti acquisivano progressivamente i piccoli segreti dei maestri realizzando manufatti che talvolta raggiungevano i livelli dell'opera d'arte. E' importante non dimenticare il bello che sapienti artigiani hanno saputo realizzare; il centro urbano ne conserva ancora significativi esempi anche se attualmente è rimasto in parte “orfano” di quel settore artigianale, oramai  de localizzato. Il territorio di Ostra, pertanto, presenta attualmente un'economia mista, orientata sempre più verso un'integrazione fra i vari settori, puntando soprattutto alla promozione turistica, incrementando punti di ricettività e valorizzando le risorse enogastronomiche, architettoniche, storico-architettoniche ed ambientali della zona, attestate dal confermato conferimento della “Bandiera arancione”, marchio di qualità turistico ambientale rilasciato dal Touring Club Italiano. L’artigianato locale ostrense ha avuto un’evoluzione storica non indifferente. Fu legato inizialmente in maniera intrinseca al mondo agricolo, alle sue attività ed ai suoi tempi naturali, tanto che nell’Ottocento la produzione artigianale maggiore era ancora essenzialmente rappresentata dalla costruzione di strumenti indispensabili per il lavoro dei campi. Con il tempo, però, cominciò a diffondersi anche una tradizione legata all’artigianato artistico e durante il Novecento l’artigianato locale divenne sempre più unito al mondo industriale, in un contesto economico e storico–sociale in continua trasformazione e modernizzazione tecnologica. Molte botteghe ed opifici di Ostra hanno subìto questi cambiamenti, conseguendone la trasformazione delle loro attività produttive, a volte a discapito delle tecniche tradizionali e altre addirittura determinando la chiusura delle suddette botteghe e la cessazione della loro attività. Nonostante ciò, ancora alcune produzioni e tecniche tradizionali artigianali locali resistono alla scomparsa, soprattutto grazie all’abitudine di tramandare tali arti all’interno delle famiglie da sempre legate a queste attività, in quanto rappresentanza della loro storia personale e familiare. Occorre notare, però, come quasi non esistano più ad oggi luoghi appositi per perpetuare questa importante arte tradizionale e culturale: un esempio lampante è la presenza ad Ostra dell’unica scuola di restauro presente non solo ad Ostra, ma anche nei suoi dintorni. Risulta dunque necessario incentivare l’attività artigianale tradizionale locale, ad esempio creando corsi informativi, di formazione, collaborando con le scuole locali, oppure realizzando nuovi momenti ed eventi per valorizzare questa tipologia di arte e mestiere, insita nella storia economica e nella cultura locale, non solo di Ostra ma di tutta le Regione Marche. La costruzione di nuove occasioni concrete per diffondere tale attività tradizionale, che rappresenta un bene culturale immateriale prezioso delle nostre comunità, dovrebbe essere pensata e realizzata tramite un’azione congiunta e coordinata da parte di enti, associazioni e privati cittadini, secondo una visione unita e comune. Fortunatamente qualcosa in questo senso ha già preso il via. Basti pensare al progetto de “La Via Maestra”: un buon esempio di best practice, che dovrebbe essere sempre più incentivato e sostenuto, ma anche integrato con nuove idee da parte degli attori locali e della comunità, che potrebbe rappresentare la vera forza motrice ed è indubbiamente portatrice di storia, cultura e tradizioni del territorio.

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Gli Sprevengoli

Siamo famosi...

siam tutti qua!

PERSONAGGI FAMOSI
di Ostra

Andrea Menchetti

(1871 – 1937), storico di origini ostrensi, la cui notorietà ha superato i confini nazionali.

Ostra detto All'Ostra-quel-che-costa le

Detto:
tutti qui come
i soldi da uno

Tipicità

Non manca certamente un'attività agricola capillarmente diffusa, condotta con sapiente esperienza e passione, da dove si ottengono prodotti tipici che conservano i sapori e le genuinità di un tempo. 

Vini

Spicca la produzione di Verdicchio dei Castelli di Jesi e Lacrima di Morro d'Alba.

 

Olio ExtraVergine di Oliva

Ricavato in gran parte dalla “Raggia”, caratteristica varietà olivicola della zona.

 

Inoltre...

Formaggi, salumi e miele sono gli altri prodotti più diffusi ed apprezzati.

Sapori di Ostra

l’Associazione che raggruppa i principali produttori del territorio e si propone di favorire la conoscenza, la tutela e la valorizzazione dei prodotti tipici del territorio comunale. Punto cardine di Sapori di Ostra è il recupero, la diffusione e la valorizzazione delle varietà locali anche tramite l’organizzazione di incontri e degustazioni a tema.

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